Questioni di diritto nella Rivoluzione Americana

La guerra civile inglese del XVII secolo, con l’esperienza del protettorato di Oliver Cromwell, gettò nell’Europa delle Monarchie i primi germi repubblicani. Per la prima volta fu affermato il principio che il vero portatore di sovranità non era né la persona del monarca né nessun altra persona fisica, ma piuttosto la persona giuridica dello stato. Gli scrittori inglesi diedero vita alla tesi per la quale esistevano dei diritti di nascita: questo insieme di “diritti naturali” costituiva la libertà perfetta, ed ogni governo avrebbe dovuto riconoscere queste libertà primitive a ciascun cittadino. A livello strettamente politico la Rivoluzione Inglese fu un fallimento, poiché non si andò mai oltre il protettorato, e  alla morte di Cromwell, vi fu la restaurazione della monarchia.

Le idee repubblicane, sviluppate solo a livello teorico nella Rivoluzione Inglese, divennero pratica politica  durante la Rivoluzione Americana.

Uno dei motivi per i quali nacque il conflitto fra gli americani e la Madrepatria fu il rifiuto di pagare alcune imposte che erano state votate dal Parlamento Inglese senza il loro consenso; in un certo senso, i coloni non facevano altro che riprendere un tradizionale principio whig, secondo il quale erano legittime soltanto le tasse approvate da un’assemblea rappresentativa: il famoso motto no taxation without representation, Questo principio era già presente nell’ordinamento inglese, in quanto era stato stabilito con la dichiarazione De tallagio non concedendo del 1297, e successivamente confermato dalla Petition of Right del  1628.

I coloni potevano appellarsi a tale principio dimostrando che, in realtà, il Parlamento Inglese non li rappresentava, e questo comportò una rottura con la concezione inglese di rappresentanza, secondo cui la funzione parlamentare non consisteva nel difendere gli interessi dei loro committenti ma nel deliberare nell’interesse della totalità del Regno: dal momento che le tasse erano state votate da un parlamento che rappresentava la totalità del Commonwealth, gli americani non avevano alcun diritto di protestare (questo almeno secondo gli inglesi). Gli Insurgents, anziché difendere la loro posizione all’interno del quadro tradizionale, lo emendarono. La trasformazione della cultura politica inglese attraverso la Rivoluzione Americana riguarda essenzialmente tre punti: gli americani hanno democratizzato la teoria inglese della rappresentanza, hanno repubblicanizzato la costituzione inglese, ed hanno aggiornato il legame tra politica liberale e filosofia dei diritti dell’uomo.

La teoria americana della rappresentanza ha visto due nuove importanti caratteristiche costituzionali: il riconoscimento esplicito della pluralità degli interessi andava di pari passo con l’esigenza di una limitazione dei poteri del legislatore conferendogli una base popolare. La prima di queste esigenze verrà ripresa nella costituzione federale e permane, ancora oggi attraverso il ruolo legale delle lobbies. La seconda era visibile già nelle costituzioni dei primi stati: l’organizzazione delle elezioni teneva conto della popolazione, le Dichiarazioni dei diritti (Bills of Rights) vengono imposte alle assemblee legislative e non soltanto all’esecutivo, ed il potere costituente delle Conventions popolari è superiore al potere esecutivo.

Pur ereditando le istituzioni inglesi, ed apparentemente senza grandi stravolgimenti (il governatore al posto del Re, il potere legislativo diviso tra due Camere, tribunali che si rifanno al Common  Law) la Rivoluzione Americana riuscì a depurare il regime inglese dai suoi elementi tradizionali, riuscendo ad esplicitare i presupposti delle rivoluzioni liberali precedenti: questo fa sì che la Rivoluzione Americana possa essere considerata, contemporaneamente, l’ultima delle rivoluzioni liberali inglesi e la prima delle rivoluzioni democratiche.

Il contenuto delle rivendicazioni degli Insurgents è preso in prestito dalla tradizione delle libertà inglesi, cui si mescolano “diritto naturale” e “diritto di resistenza”: la resistenza all’oppressione tende a travalicare l’obiettivo di un semplice ristabilimento di un ordine perturbato dall’azione del tiranno; essa è invece già l’attuazione, da parte del popolo, della sua capacità istitutiva. Nella concezione di Thomas Jefferson la legge naturale è alla base dei diritti naturali quali la vita, la libertà e la ricerca della felicità, e spetta al popolo giudicare se i governanti sono fedeli alla loro missione. Fu infatti Jefferson a chiedere esplicitamente che gli emendamenti alla Costituzione fossero approvati direttamente dal popolo, per mezzo delle convenzioni elette a tale scopo e non dalle assemblee ordinarie parlamentari.

La lunga esperienza di self-government compiuta per quasi due secoli da queste colonie, con le loro assemblee provinciali, i loro town-meetings, la loro difesa delle autonomie locali (gli emigranti che avevano creato lo stato di Rhode Island nel 1638, quelli che si stabilirono a New Haven nel 1637, i primi abitanti del Connecticut nel 1639 ed i fondatori di Providence nel 1640 cominciarono egualmente col redigere un “contratto sociale” che fu sottoposto all’approvazione di tutti gli interessati), aveva costruito il retroterra culturale per la prima democrazia repubblicana dell’era moderna.

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