Il diritto di non avere password (e privacy)

canadian-border-services-agencyLunedì scorso Alain Philippon, un trentottenne del Québec precisamente di Ste-Anne-des-Plaines) è stato accusato, ai sensi del Customs Act (la legge doganale canadese) di aver ostacolato e impedito alle guardie di frontiera di svolgere il loro ruolo. Motivo: Philippon si è rifiutato di fornire la password del suo cellulare agli agenti della Canada Border Services Agency durante una ispezione doganale al Halifax Stanfield International Airport.

L’articolo 8 della Charter of Rights and Freedoms, (la Carta dei diritti canadese) sancisce che ognuno ha “the right to be secure against unreasonable search or seizure“: infatti, la polizia canadese ha bisogno di ottenere un mandato di un giudice per poter eseguire una perquisizione; la polizia ha bisogno di un mandato specifico per la ricerca di un personal computer, anche se ha un mandato per perquisire la casa di una persona; se un individuo è stato arrestato in Canada, la polizia può condurre una ricerca senza mandato, ma la ricerca deve essere limitata all’indagine specifica, cioè la polizia non ha l’autorizzazione per effettuare perquisizioni indipendentemente dal presunto crimine. Ma il Customs Act, tuttavia, autorizza gli agenti al controllo di “all goods and conveyances”.

Nel silenzio della legge canadese sui nuovi dispositivi elettronici (vengono considerati alla stregua di altri beni), ammesso e non concesso che gli agenti di frontiera abbiano il diritto di esaminare il computer di una persona o il suo cellulare, o richiedere la password, la persona controllata non avrebbe l’obbligo di fornirla. La Corte Suprema Canadese ha recentemente stabilito, infatti, che la polizia può esaminare i dispositivi elettronici delle persone arrestate. Ma la Corte ha anche riconosciuto che questi dispositivi sono diversi da altri beni, e l’esame deve riguardare esclusivamente le circostanze dell’arresto.

Ho detto ammesso e non concesso perché, evidentemente, un arresto e un controllo alla frontiera non sono equiparabili. Eppure, la dottrina canadese non sembra di condividere questa mia idea. Benjamin Berger, professore associato della Osgoode Hall Law School della York University ha infatti così commentato: “La differenza principale, tra i confini  e i nostri contatti quotidiani con la polizia, è l’interazione volontaria con un confine, perché abbiamo, in un certo senso, scelto di attraversare una frontiera: quindi siamo noi che abbiamo deciso di impegnare le nostre libertà, non è la polizia ad essersi immischiata nella nostra vita”.

Decisamente di altro tenore l’intervento di Josh Paterson, direttore esecutivo della British Columbia Civil Liberties Association. “Quando le persone attraversano il confine, i tribunali hanno da tempo accettano che abbiano una ridotta aspettativa della privacy. Quando si tratta di esaminare smartphone, però, non è solo una borsa con un paio di calzini o un campionario di lavoro. Gli smartphone sono davvero una finestra su una grande quantità di dati personali. Le legge canadese considera computers e cellulari come documenti o carte che stiamo portando oltre confine, e dunque possono essere oggetto di esame. Ma la legge che abbiamo è antiquata, è stata pensata prima che ci fosse un qualcosa simile ad uno smartphone: deve essere aggiornata”.

 

 

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